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Pop Art e Andy Warhol

Dopo la seconda guerra mondiale vi fu una generale ripresa economica in tutti i Paesi occidentali, caratterizzata dalla diffusione dei consumi e da una forte ripresa della produzione industriale. Gli Stati Uniti diventarono il centro della produzione artistica mondiale. I movimenti artistici erano però ancora improntati ad un intellettualismo molto accentuato, derivante anche da un malessere esistenziale, spesso di matrice politica. Tutto ciò contrastava con l’ottimismo dell’epoca e anche con la superficialità imposta proprio dalla nuova società, improntata al consumismo.

Fu per questo che, dopo una breve parentesi inglese nel 1952, nacque la Pop Art. Diffusasi negli Stati Uniti a partire dagli anni Sessanta, la parola “Pop” sta per “Popular”, popolare, ma ciò non deve ingannare: popolare non significava che l’arte era per il popolo o del popolo, ma era piuttosto un’arte “di massa”, cioè “prodotta in serie” e anche anonima, così che si potesse identificare con la massa quanto più possibile. Gli artisti appartenenti alla Pop Art rivolsero dunque le loro attenzioni agli oggetti, i miti e i linguaggi della nuova società. Ormai molti avevano la televisione, si dava molto credito ai divi del cinema di Hollywood, la società era improntata al consumismo, favorito dalle martellanti pubblicità televisive. L’arte dunque doveva fare anch’essa riferimento a questi modelli, che appartenevano alla sfera quotidiana.

Vi è ovviamente una sottile ironia in tutto ciò, perchè l’artista così faceva riflettere sulla vacuità di un sistema di vita che veniva accettato da tutti e desiderato dai più. Gli artisti pop usavano le stesse tecniche che erano servite per realizzare i prodotti di consumo: serigrafie, fumetti, calchi per riproduzioni in serie eccetera. L’artista limitava il suo intervento alla manipolazione di oggetti in vario modo, agendo sul colore o sulla forma. La Pop Art assecondava dunque il modello consumistico, proprio perchè usava gli stessi canali di distribuzione e le stesse tecniche, diversamente da altri movimenti, quali l’Action Painting di Jackson Pollock, molto più politicizzati e ribelli.

Gli artisti principali della Pop Art furono Andy Warhol e Roy Lichtenstein. Quest’ultimo traeva ispirazione dal mondo dei fumetti e della pubblicità.  L’idea della Pop Art come arte di consumo è riassunta in una frase di Warhol: “La bellezza di questo paese consiste nel fatto che l’America ha creato una tradizione per cui i consumatori ricchi comprano in sostanza le stesse cose dei poveri. Sediamo davanti al televisore e beviamo la Coca-Cola, sapendo che il Presidente beve Coca Cola. Liz Taylor beve Coca Cola: perciò pensiamo che anche noi possiamo bere Coca Cola“.

La Pop Art arrivò anche in Italia e precisamente nel 1964, quando alla Biennale di Venezia di quell’anno vennero esposte le opere degli artisti newyorkesi esponenti di questa corrente. Mario Schifano fu uno degli artisti che meglio seppero avvicinarsi a questa corrente.

Andy Warhol

Nato nel 1928 a Pittsburgh, Andy Warhol era di origine slovacca. Il suo vero nome infatti era Andrew Warhola, che l’artista però cambiò perchè lo considerava troppo poco americano. Dopo aver studiato grafica pubblicitaria, il giovane artista si trasferì nel 1949 a new York, rimanendovi ad abitare fino alla morte, sopravvenuta nel 1987. Fin dall’inizio della sua attività a New York egli ebbe un discreto successo, sia come pubblicitario che come pittore. Agli inizi degli anni Sessanta l’artista creò a New York la sua prima “Factory”, un luogo dove artisti di vario tipo potevano riunirsi ed esprimersi liberamente. E proprio in questo periodo cominciò la sua attività come esponente della Pop Art, realizzando dipinti provocatori che raffiguravano oggetti di uso comune oppure personaggi famosi. Uno di questi è la “Minestra in scatola Campbell’s“, una riproduzione di una lattina di zuppa di fagioli molto famosa. Questa in figura venne realizzata nel 1962 in serigrafia su tela ed oggi è nella collezione Sonnabend, ma l’artista ne realizzò molte altre, riproducendo tutte le varietà di gusti, come quella che vediamo in questo filmato:

L’idea alla base della riproduzione di questi oggetti era che rappresentavano i veri bisogni della società ed i nuovi oggetti del desiderio, pertanto dovevano essere ritratti ed anche ammirati nei musei.

Egli non si dedicò solo alla pittura, ma anche al cinema ed alla musica, anzi ad un certo punto mise proprio da parte l’attività pittorica, girando circa 75 film “underground”, cioè con mezzi di fortuna e su soggetti spesso assurdi, tutti realizzati nelle sue “Factory”. Questi film potevano durare o pochi minuti o addirittura 8 ore, come successe per il film intitolato “Empire”: si trattava di un’unica inquadratura del grattacielo dell’Empire State Building, filmato dal tramonto all’alba. Andy Warhol morì nel 1987 per una cattiva riuscita di un’operazione chirurgica alquanto banale. Artista molto provocatorio, ebbe molte critiche proprio per lo sfruttamento consapevole di se stesso.

opere principali

Celebri sono le serigrafie dei personaggi famosi, replicate in serie. L’uso di tale tecnica gli permetteva di riprodurre l’immagine molte volte, permettendogli di cambiare il colore degli occhi, dei capelli e della bocca. Le serigrafie più famose sono quelle realizzate sulla fotografia di Marylin Monroe. L’attrice era morta per suicidio nel 1962. Già era una star, simbolo di fascino e sensualità, e la morte l’aveva resa per sempre eterna e incorruttibile. Warhol prese allora nel 1967 una famosa fotografia scattata sul set del film “Niagara” nel 1953 e realizzò una serie di dieci serigrafie, dal nome “Ten Marylins“, tutte uguali ma diverse nei particolari. Ciò portava alla completa spersonalizzazione del soggetto, che non esisteva più, ucciso dal desiderio di appropriazione del modello. Per giunta, l’uso di colori così violenti, tipici della Pop Art, rendeva ancora più innaturale il volto, che diventava solo un’immagine priva di espressione e significato. Già nel 1962 l’artista aveva ritratto Marylin Monroe, scosso dalla sua morte come tutti. Possiamo vedere qui sotto un video esplicativo dell’opera:

Celebri anche sono le sue riproduzioni delle bottiglie di Coca Cola verdi, la bevanda di consumo per eccellenza, un simbolo per tutti, realizzate sempre nel 1962, questa volta però su una grande tela con la tecnica dei colori ad olio. L’opera, intitolata “Green Coca Cola bottles“, è di grandi dimensioni, 208,9 x 144,8 cm ed oggi si trova al Whitney Museum of American Art di New York. L’intento dissacratorio è comune a quello di Marcel Duchamp e Warhol era consapevole di ciò.

Egli stesso diventò un personaggio famoso come le sue opere, ma non avversava questa situazione. Ad un certo punto venire ritratti da Andy Warhol in una delle sue serigrafie era un fatto desiderato dalle persone famose, perchè significava che eri diventato un simbolo.

L’artista venne varie volte a Napoli ospite di Lucio Amelio, un famoso gallerista, collezionista e curatore. La prima volta fu nel 1975 e rimase molto colpito dalla città, che definì “la New York italiana” per la sua decadenza ma al tempo stesso per la sua vivacità. Nel 1985, due anni prima di morire, Andy Warhol fece una sua mostra personale proprio al Museo di Capodimonte a Napoli, organizzata sempre dal suo amico Lucio Amelio. In questa mostra l’artista presentò le sue 18 tele dedicate al Vesuvio, ognuna intitolata “Vesuvius“. Per realizzare l’opera egli prese ispirazione da una cartolina e  tutte le diciotto edizioni, sempre realizzate a mano, presentavano colori e toni differenti per rappresentare il vulcano in vari momenti e cercare l’effetto di una sua eruzione. Andy Warhol aveva abbandonato la pittura da molti anni, e riprenderla per realizzare le opere dedicate al Vesuvio fu una scelta sicuramente dettata dall’affetto e dal maggiore coinvolgimento emotivo. “Vesuvius” è un acrilico su tela oggi conservato al Museo di Capodimonte. Fu donato al museo dalla Galleria Lucio Amelio nel 1994.

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