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Francisco Goya

Francisco Goya nacque a Fuendetodos, presso Saragozza, il 30 marzo 1746 e morì a Bordeaux, in Francia, il 16 aprile 1828. E’ un artista che si colloca ed opera dunque nell’ambito del Neoclassicismo, ma non ne rispetta i temi canonici: non va alla ricerca del bello ideale come Canova, nè celebra gli eroi antichi come David. Si potrebbe definire piuttosto un precursore del Romanticismo, proprio per i soggetti trattati e lo stile adoperato. Neoclassica in lui è solo la sua fede nella ragione.

Dopo aver preso lezioni private di pittura a Saragozza, nel 1763 Goya si recò a Madrid e nel 1769 decise di andare in Italia, per studiare da vicino i modelli di riferimento della pittura dell’epoca, cioè Leonardo, Raffaello e Michelangelo.

Nel 1775 Goya ottenne un incarico importante, grazie anche ai pittori Ramon e Francisco Bayeu, fratelli della moglie: la Manifattura Reale gli commissionò una serie di cartoni per arazzi destinati alle residenze estive della corte. Il suo stile era ancora legato alla tradizione settecentesca, ma la scelta di ritrarre gioiose scene di vita quotidiana, piuttosto che soggetti mitologici, fu innovativa. Uno dei dipinti più famosi facenti parte di questa serie di cartoni per arazzi è quello del “Parasole”, che vediamo a lato. Tutti i 10 cartoni che Goya preparò si trovano oggi al Museo del Prado di Madrid.

Questa commissione lo tenne impegnato per molto tempo. Grazie alla notorietà acquisita, il pittore nello stesso anno diventò vicedirettore del Dipartimento di Pittura nell’Accademia di san Fernando.

Tornato a Madrid, divenne pian piano molto famoso: ricevette infatti molte commissioni dai nobili spagnoli, per i quali eseguì un gran numero di ritratti, grazie anche al suo stile, ricco di colore. Nel 1792 venne colpito da una grave malattia, che lo lasciò completamente sordo. Questo avvenimento rese la sua pittura sempre più cupa e drammatica.

I CAPRICCI

Il pittore era diventato sempre più irriverente, fino a realizzare la famosa serie dei “Capricci”, circa 80 tavole incise che hanno come protagonisti i vizi umani e le ipocrisie di tutte le società. L’intento del pittore era quello di metterle in ridicolo, così da sconfiggerle. Tra queste incisioni, una delle più celebri è quella che si intitola Il sonno della ragione genera mostri, che vediamo a lato. Realizzata nel 1797 circa, è un’acquaforte di 23×15,5 cm, oggi conservata a Madrid, nel Museo del Prado, mentre i disegni preparatori sono conservati nella Biblioteca Nazionale di Spagna. L’uomo raffigurato è addormentato (il sonno della ragione) e dalla sua testa fuoriescono pipistrelli, altri animali notturni ed una lince, simbolo della notte (genera mostri). I mostri del titolo, che si può leggere sullo sgabello in basso a sinistra, sono i peggiori istinti umani, che possono prevalere se l’uomo non li media con la ragione. Lo spunto razionale è però mostrato con un linguaggio non neoclassico, come si potrebbe pensare dal soggetto, ma anticipatore di quello romantico, con la predilezione per gli incubi e le apparizioni inquietanti. Di questa acquaforte vi è anche il disegno preparatorio, fatto a penna ed inchiostro. I Capricci ebbero un immediato successo e molte acqueforti realizzate vennero vendute. Quelle non acquistate vennero però ritirate dal commercio sotto la minaccia dell’Inquisizione, che aveva trovato scandaloso il modo in cui il pittore aveva raffigurato il clero e la nobiltà.

RITRATTI

Nonostante il suo carattere schietto e scontroso, Francisco per i suoi meriti indiscussi diventò “primero pintor de camera del Rey” nel 1799, carica che conservò fino al 1826. Tra il 1800 ed il 1801 realizzò il celebre “Ritratto della famiglia di Carlo IV”. Il dipinto, un olio su tela di 280 x 336 cm che oggi si trova al Museo del Prado di Madrid, trae ispirazione dal famosissimo “Las meninas” di Velasquez. Il pittore infatti, come il suo illustre predecessore, si autoritrae mentre dipinge qualcosa che non si riesce a scorgere. La famiglia del re Carlo IV è ritratta senza abbellimenti, anzi, con una profondità psicologica che ha fatto sospettare a molti storici che Goya abbia voluto ridicolizzare tutti i membri della famiglia. Il re è al centro, sulla destra, carico di medaglie ma con un volto inespressivo e privo di vigore. La regina è al suo fianco e tiene per mano il suo figlio prediletto, Francesco, mentre con aria protettiva cinge le spalle di un’altra figlia. La regina Maria Luisa ha un viso goffo ed altero. In primo piano a sinistra vi è l’erede al trono, il futuro Ferdinando VII. Sulla destra compaiono anche altri membri della famiglia reale, La luce che batte su di loro fa sfavillare i gioielli, mentre il pittore rimane in ombra. Non si sa come mai, tra la ricca collezione di quadri che c’era a corte, Goya sceglie come sfondo due dipinti anonimi di paesaggio. Conosciamo molti particolari sulle varie fasi di realizzazione di questo dipinto, perchè la regina Maria Luisa le descriveva nelle lettere al suo amante Manuel Godoy. Per realizzare questo dipinto Goya fece per esempio dei cartoni dei personaggi a grandezza naturale, per non farli stancare troppo a posare. Il ritratto dovette piacere, perchè fu subito accettato e sicuramente non si comprese l’ironia graffiante di Goya, che, altrimenti, sarebbe stato immediatamente impiccato. Già una quarantina di anni dopo però si notava l’aspetto caricaturale con cui erano stati ritratti i vari personaggi.

Goya realizzò anche molti celebri ritratti femminili, tra i quali i due famosissimi dipinti della “Maya desnuda, che gli costò un processo dal Sant’Uffizio, poichè si tratta del primo dipinto di nudo in cui si raffigura una persona reale e non una divinità e la “Maya vestida”, che vediamo a lato. Entrambi i dipinti si trovavano nella casa del politico e nobile spagnolo Manuel Godoy, uno sopra l’altro in una doppia cornice, cosicchè il nobile committente fosse libero di scegliere quale mostrare a chi visitava il suo palazzo. I due quadri però non furono dipinti insieme e non rappresentano la stessa persona, benchè le due donne si somiglino molto, siano nella stessa posizione ed i due dipinti siano delle stesse dimensioni, 97×190 cm circa. Oggi si trovano affiancati a Madrid, nel Museo del Prado. Il quadro che venne dipinto per primo fu la “Maya desnuda”, non si sa precisamente quando, ma sicuramente prima del 1800, quando fu visto da un illustre visitatore che ne parlò. Il quadro raffigura l’amante di Godoy, Pepita Tudò, in una posa che ricorda altri celebri nudi della storia dell’arte, da Tiziano a Velazquez. In quei casi però si trattava di Veneri, cioè divinità e la Chiesa spagnola, pur severissima, accettava le immagini pagane. Ma questo dipinto raffigurava una “Maya”, termine spagnolo che indicava una donna giovane, esuberante e di bell’aspetto, certo non una dea. La posa per giunta è molto sensuale: la donna è distesa su dei cuscini sopra un’ottomana verde, con le mani dietro la testa e lo sguardo rivolto all’osservatore. L’immagine è resa vivida dalla luce vibrante esaltata dal contrasto cromatico tra il verde ed il bianco, ma anche tra il volto rosato e gli occhi scuri. La “Maya vestida” invece non si sa quando fu dipinta. Non è stato ritrovato neanche il documento di commissione, pertanto non si sa se fu fatto dipingere proprio da Manuel Godoy, anche se si trovava in casa sua. Si dice che la modella sia la Duchessa d’Alba, cara amica del Godoy. La donna morì nel 1805 e tutta la sua collezione di dipinti passò al nobile politico. Alcuni dicono dunque che il dipinto fosse stato commissionato dal Godoy per la duchessa e che, alla morte di costei, fosse ritornato in suo possesso. La modella è raffigurata con un abito gitano, nell’identica posizione della “Maya desnuda”, ma è ancora più provocante e sensuale del primo dipinto, dato che la veste chiara e la stretta fascia rosata in vita esaltano le languide forme della donna. In questo secondo dipinto già si nota la tecnica innovativa di Goya, che tende, mediante il colore, a suscitare emozioni particolari. Le maniche del corto bolerino giallo-oro infatti sono realizzate con pennellate giustapposte di giallo, oca e bruno.

Fucilazioni del 3 maggio 1808 sulla montagna del Principe Pio

Durante il dominio napoleonico Goya riuscì a rimanere a corte. Nel 1814, alla disfatta napoleonica, il pittore realizzò una serie di incisioni e di quadri che denunciavano le atrocità della guerra che aveva vissuto in prima persona durante l’occupazione; tra questi c’è il dipinto “Fucilazioni del 3 maggio 1808 sulla montagna del Principe Pio“, la sua opera più intensamente drammatica, che diventerà simbolo della resistenza spagnola all’invasore francese, e che può essere considerato il primo manifesto contro gli orrori della guerra. Il dipinto è un olio su tela di 268×347 cm ed è conservato al Museo del Prado di Madrid. Esso raffigura la rappresaglia dei soldati napoleonici che fucilarono senza processo alcuni spagnoli sospettati di aver partecipato all’insurrezione popolare contro le truppe francesi. In primo piano c’è l’orrore della violenza, mentre sullo sfondo, nell’oscurità della notte c’è il paese, che però è troppo lontano. A livello visivo si contrappongono due gruppi di figure: sulla destra vi sono i soldati schierati nel plotone di esecuzione. Sono schierati in diagonale, con le loro pesanti divise addosso. Non si riescono a vedere i loro volti. Sulla sinistra invece vi sono i condannati a morte, con la sofferenza e la morte ben visibile sul volto, ed a loro volta suddivisi in vari gruppi: all’estrema sinistra ci sono quelli che sono già morti, al centro quelli che stanno morendo ed in fondo quelli che aspettano di morire. Vi è un “prima”, “adesso” e “dopo” la fucilazione che sembrano una sequenza addirittura cinematografica. L’occhio dell’osservatore cade inevitabilmente sull’uomo con la camicia bianca ed i pantaloni gialli, che sta per essere fucilato: ha le braccia alzate e sul volto un’espressione disperata. E’ illuminato violentemente dalla luce della lanterna, che ne fa il punto più importante della composizione e anche quello di massima tensione. Possiamo vedere un video descrittivo del dipinto qui sotto:

Dopo la parentesi napoleonica il suo ruolo a corte divenne precario. Oppresso dalla solitudine, dalla sordità e dal regime tirannico del re Ferdinando VII, Goya si ritirò nella sua casa di campagna, la cosiddetta “Quinta del sordo”, di cui decorò le pareti con le “Pitture nere”, ancora una volta lugubri e minacciose, dai forti contrasti cromatici e dai colori scuri, eseguite tra il 1819 e il 1823. Un esempio celebre di questa pittura allucinata degli ultimi anni è “Saturno che divora i figli“, un olio su intonaco trasportato su tela, sempre conservato al Prado.

Nel 1824 il pittore fu costretto all’esilio. Nei suoi ultimi anni, trascorsi a Bordeaux, tornò a scegliere soggetti più convenzionali, simile a quelli della giovinezza. Morì in questa città nel 1828. 

Possiamo vedere nel video seguente un breve documentario sulla sua vita:

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