Le tecniche costruttive

I Romani introdussero importanti innovazioni tecniche e costruttive: diversamente dai Greci, infatti, che basavano le loro costruzioni sul sistema dell’architrave appoggiato sui piedritti, i Romani si basarono sul sistema dell’arco e della volta, che in parte presero dagli Etruschi e che poi perfezionarono in alcuni punti:
1) aumentando lo spessore delle mura, per contrastare la spinta che proveniva dagli archi e dalle volte;
2) creando nuove macchine da cantiere, come ben illustra Vitruvio nell’ultimo libro del suo trattato De architectura;
3) diversamente dagli Etruschi, che usavano la “muratura a secco”, senza impiego di leganti cioè, i Romani perfezionarono le tecniche apprese da loro usando in maniera sapiente la grande invenzione del cemento (opus caementicium) o calcestruzzo: un impasto fluido di calce, sabbia, ghiaia ed acqua, che veniva colato dentro casse di legno per ottenere le strutture portanti, a volte curve; il cemento poteva anche essere versato fra due sottili muri laterali di contenimento che fungevano, ad opera finita, da paramento esterno ( “muratura a sacco”).
L’arco
L’arco era già noto agli Etruschi, che ne realizzarono alcuni davvero enormi, come l’arco della porta di Volterra. Non era una struttura facile da realizzare: dopo aver posizionato i piedritti, cioè le strutture verticali, serviva prima di tutto una
struttura di legno, detta “cèntina“, su cui si dovevano poggiare i pezzi sagomati detti “conci“, partendo dai lati contemporaneamente; l’ultimo pezzo da posizionare era quello più importante, il “concio in chiave“, posizionato al centro, nella “chiave di volta“. Tali conci venivano posizionati ” a secco”, senza l’impiego di malta cioè. Solo dopo aver posto il concio in chiave allora la centina poteva essere smontata, poichè l’arco si sarebbe mantenuto da solo. Tale operazione era detta “disarmo”. La distanza tra
i due piedritti era detta “luce“; la parte interna dell’arco, sotto cui ci si poteva passare, era detta “intradosso”, mentre la parte esterna “estradosso”; la linea di intradosso era chiamata anche “sesto” e di solito dava il nome all’arco. Esistono infatti archi “a tutto sesto”, cioè con l’intradosso che è un perfetto semicerchio, oppure “a sesto acuto” o anche “a sesto ribassato”. I Romani usavano soltanto l’arco a tutto sesto. La distanza verticale tra il piano di imposta e il concio in chiave veniva chiamata “freccia”. Vediamo un video qui:
La volta e la cupola
La volta è un sistema di copertura che si basa sul principio dell’arco, difatti per essa valgono le stesse denominazioni e definizioni date per quest’ultimo. L’unica differenza è che la superficie della volta è molto maggiore di quella dell’arco. Il materiale che i Romani impiegarono più diffusamente nella costruzione delle volte fu sempre il calcestruzzo. Esistono vari tipi di volta:
1) la volta a botte: è una volta semplice, generata da una serie immaginaria di archi a tutto sesto poggianti su due muri di spalla; se la volta a botte si imposta su due cerchi concentrici viene detta “volta anulare”;
2) la volta a crociera: è una volta composta, determinata dall’incrocio di due volte a botte,
delle quali restano solo dei settori, chiamati lunette o unghie; nell’immagine a fianco vediamo come si genera una volta a crociera;
3) la volta a padiglione, una volta composta generata dall’intersezione di due volte a botte che hanno i lati d’imposta sui muri che delimitano l’ambiente.
Una vera e propria invenzione dei Romani fu la cupola, che è una superficie di rotazione,
generata intorno al proprio asse verticale, che i Romani usarono come copertura. Grazie a queste innovazioni, i Romani realizzano opere monumentali: basiliche, templi, teatri, strade, ponti, acquedotti, fognature e terme sfruttando con sapienza l’arco e nuovi materiali. Vediamo un video sulla volta e la cupola qui:
Paramenti murari
Le superfici dei muri, quelle poste a vista, sono dette “paramenti murari”. Essi venivano realizzati con diverse tecniche (ognuna delle quali detta opus), che prevedevano diverse disposizioni dei conci
adoperati e che assumevano una forma finale differente:
Opus incertum: è il più antico tipo di paramento, costituito da pietre piccole e di forme svariate;
Opus reticulatum: paramento murario realizzato con piccoli blocchi di tufo dalla base quadrata che restava a vista e dal resto del blocco a forma piramidale che veniva messo nel calcestruzzo; i blocchetti erano orientati a 45° e il disegno che ne risultava era quello di un reticolo;
Opus vittatum: All’inizio del IV sec d.C. viene introdotto un nuovo tipo di paramento, costituito da fasce orizzontali di mattoni, alternate con parallelepipedi di tufo disposti sempre in fasce orizzontali. La tecnica consisteva nel posizionare i blocchetti superiori esattamente a metà rispetto a quelli inferiori;
Opus latericium (o testaceum): si chiamava così ogni tecnica che prevedeva l’uso dei mattoni, pertanto era una tecnica largamente usata dai Romani, soprattutto a partire dall’età imperiale. Quando invece imattoni erano crudi si chiamava “opus latericium”;
Opus spicatum: consisteva nel posizionare i mattoni di forma parallelepipeda inclinati a 45° rispetto all’orizzontale e a 90° fra loro, invertendo l’inclinazione una volta a destra e una volta a sinistra.
Opus mixtum: nato dall’unione fra l’opus incertum e l’opus reticulatum. Consisteva infatti nell’alternare l’opera reticolata con fasce orizzontali di mattoni o tegole fratte, ma in generale consisteva nell’uso di vari tipi di paramenti murari sullo stesso muro.
Architettura civile
La città
La città dei Romani assomigliava a un accampamento militare, cioè squadrato e regolare. Il luogo dove fondare una città si basava, come era stato per gli etruschi, sulle rigorose pratiche augurali che indicavano dove piazzare le mura e quindi il perimetro della città stessa. Di solito vi erano 4 porte, in corrispondenza delle 2 strade principali, che si chiamavano decumano massimo e cardo massimo. I decumani erano le strade orizzontali, che andavano da ovest a est, mentre i cardini (plurale di cardo) erano quelle verticali, da nord a sud. La parola “cardo” vuol dire infatti “punto cardinale”.Al di sopra del decumano massimo vi era il decumano superiore ed al di sotto vi era il decumano inferiore. In corrispondenza del decumano massimo vi erano la porta decumana a sinistra e la porta pretoria a destra, mentre in corrispondenza del cardo massimo vi erano la porta nord e la porta sud. Queste porte potevano variare di nome. Attraverso il decumano massimo si entrava nella via consiliare che portava a Roma. All’incrocio del cardo massimo e del decumano massimo c’era il foro, la grande piazza cittadina, con templi, edifici pubblici e la basilica, dove si amministrava la giustizia. Eccettuato il cardo massimo, tutti gli altri cardini erano strade molto piccole e solo di collegamento fra un decumano e l’altro. All’incrocio tra un cardo e un decumano si formavano le insulae, in cui vi erano inserite le abitazioni dei cittadini. Molte città, non solo in Italia, si sono sviluppate in questo modo, come Napoli, la cui origine è però greca, ed anche le antiche città di Ercolano e Pompei sono organizzate a decumani e cardini.
LA STRADA

La fitta rete di strade che attraversava l’impero romano rappresenta uno straordinario esempio di ingegneria civile e costituisce uno dei più importanti contributi all’evoluzione della civiltà. I Romani distinguevano il tracciato in “via” se si trattava di una strada che usciva da Roma, e in “strata”, cioè “fatta a strati”, se si trattava di una strada del centro urbano. La costruzione di una strada era un’operazione complicata che impiegava tecnici esperti come l’ingegnere (architectus), il geometra (mensor) ed il livellatore (librator). Dopo aver definito i margini mediante terrapieni, si procedeva allo scavo del terreno in profondità, battendo la terra per destinare lo spazio alla carreggiata (gremium). All’interno del gremium si stendevano quattro strati di materiali diversi: una massicciata di fondazione (statumen), uno strato di pietrisco e frammenti di terracotta e mattoni per il drenaggio (ruderatio o rudus), uno strato di ghiaia e sabbia (nucleus), un rivestimento in grossi blocchi detti “basoli” o lastre di pietra (pavimentum). La parte centrale della strada era “a schiena d’asino”, cioè convessa, in modo da favorire il deflusso dell’acqua piovana in cunicoli e canalette di scolo. La larghezza della strada andava da 4 a 6 metri, in modo da consentire l’incrocio di due carri, ma a seconda dell’importanza dei luoghi poteva arrivare a 10 o 14 metri. I marciapiedi, di terra battuta o lastricati, erano larghi 3 metri. Ponti, gallerie e viadotti permettevano di superare fossati e corsi d’acqua, evitavano deviazioni troppo lunghe, abbreviando i percorsi. Poichè lo scavo delle gallerie era fatto a mano, con mazze, cunei e scalpelli, la realizzazione di una galleria era una soluzione adottata solo quando non c’era altra possibilità, per evitare un eccessivo allungamento del percorso. Un’importante caratteristica delle strade romane erano i “miliari”, grossi cippi in pietra di forma cilindrica alti circa un metro e mezzo, infissi nel terreno a intervalli di mille passi, un miglio romano, lungo circa 1480 metri. Nel territorio di quello che fu l’impero ne sono stati trovati oltre seimila. Ciascuno aveva come iscrizione il numero di miglio della strada su cui si trovava, la distanza dal foro romano, considerato l’inizio ed il centro di tutto l’impero, ed altre informazioni. Le vie che portavano fuori roma furono all’inizio 19 e furono costruite dai consoli, pertanto sono dette “vie consolari”. La prima ad essere costruita fu la Via Appia, che andava da Roma a Brindisi, costruita nel 312 a.C.; poi vi fu la via Flaminia che andava a Rimini, la Cassia che andava a Firenze, la Aurelia che andava a Genova. Da quelle 19 vie originarie si ebbero talmente tante ramificazioni che alla fine vennero costruite strade per 100.000 chilometri, senza contare altri 150.000 chilometri di strade non lastricate ma in terra battuta. Lungo le vie c’erano anche servizi aggiuntivi: le “stationes“, stazioni di posta, le “mansiones“, locande per la notte, le “mutationes“, fermate per cambiare i cavalli.
PONTI
Grazie all’uso dell’arco a tutto sesto, già usato dagli Etruschi, i Romani svilupparono una tecnica architettonica sofisticata, che consentì loro di edificare grandiosi ponti in muratura, che rappresentano la testimonianza della grande perizia raggiunta dai Romani nella scienza delle costruzioni. Lungo le vie consolari che attraversavano l’impero furono realizzati ponti che misuravano dai 100 metri a più di un chilometro di lunghezza, come nel caso del più grande ponte dell’antichità, eretto sul Danubio nel II secolo d.C.. La costruzione di un ponte poteva prevedere più di un’arcata ed il massimo per un’arcata era 35 metri di lunghezza. Costruire un ponte non era solo una questione di abilità tecnica, ma aveva anche un’aura sacra: per la supervisione della costruzione ci si affidava infatti ad un sacerdote, il “pontefice massimo”, da cui è derivato il nome del Papa. Se la distanza tra le due rive era molta, bisognava costruire più arcate e quindi nel letto del fiume si inserivano le “pile”, cioè i pilastri, che, dalla parte da dove proveniva la corrente erano di forma appuntita, così da evitare che l’acqua vi sbattesse contro. In alto poi veniva inserita di solito una finestrina piccola, per evitare un peso maggiore sulla pila.
ACQUEDOTTI
Arditi ponti ad arcate sovrapposte erano gli acquedotti, che portavano l’acqua nelle grandi città dell’impero. Non possedendo le necessarie conoscenze tecniche per poter sfruttare le acque che scorrevano nelle falde sotterranee, i Romani trasportarono le acque pure delle sorgenti attraverso condotte aeree, poste sulla sommità di acquedotti disposti in pendenza verso valle. La tecnica ingegneristica romana si basava inizialmente sulla canalizzazione sia interrata che sospesa e aperta, come nell’acquedotto dell’Acqua Appia, che nel 312 a.C. convogliava le acque di una fonte distante 16 chilometri da Roma. Assicurare il rifornimento idrico quando le distanze raggiungevano i 90 chilometri, come nell’acquedotto dell’Acqua Marcia, imponeva però soluzioni complesse, al punto che l’imperatore Augusto istituì nel 9 a.C. un ufficio deputato allo scopo. Degli 11 acquedotti che a Roma rifornivano abitazioni private, piscine, fontane e terme, alcuni, restaurati, sopravvivono ancora oggi ed uno, quello dell’Acqua Virgo, è ancora funzionante.
L’insula
La maggior parte dei cittadini abitava nelle insulae, enormi caseggiati che arrivavano anche ai sei
piani, molto simili ai moderni condomini. Era necessario riunire in poco spazio quante più persone possibile. In realtà c’era un limite alla loro altezza (prima 21 metri, poi 18), ma non veniva quasi mai rispettato. Le insulae si trovavano tra un decumano e un cardo. Esse potevano essere in legno o in muratura. Al piano terra vi erano le tabernae, moderne botteghe, realizzate anche con un soppalco, che serviva da deposito delle merci vendute e anche da abitazione dei tabernari. Tramite una scala interna si accedeva alle abitazioni dei piani superiori, che però non erano molto confortevoli: mancavano infatti dei servizi igienici e le finestre non avevano vetri, ma pelli o porte di legno per ripararsi dal freddo, per cui le stanze, piccole, erano anche buie. A volte vi era un balcone che univa le varie stanze, ma era considerato un privilegio. Al piano terra vi era un
cortile, detto cavaedium, e un gabinetto comune (latrina); si saliva alle abitazioni dei piani superiori mediante ballatoi che potevano essere anche dei veri e propri appartamenti, detti cenacula. Man mano che si saliva gli appartamenti erano sempre di pregio minore. Queste case erano affollate e maleodoranti e si pagava anche un affitto alto. Spesso venivano anche subaffittate, con un elevato rischio non solo per l’incolumità delle persone, ma anche per la salute e l’igiene. Un esempio fra i più noti di insula romana, perchè tra le migliori conservate, è quella detta “Casa di Diana” ad Ostia Antica, detta così per la presenza di una terracotta dedicata alla dea Diana nel cortile
La Domus
La DOMUS può essere considerata la tipica casa signorile, che si trovava in città. Era circondata da un alto muro di cinta per impedire la vista dall’esterno. L’entrata si trovava generalmente su uno dei due lati piu’ corti della casa.
La porta, che affacciava sulla strada, immetteva direttamente in un corridoio, detto vestibulum, che, a sua volta, conduceva alla vera e propria entrata, detta fauces; da
qui si passava al cortile interno, detto atrium, che era la parte più importante della casa, dove si svolgeva la maggior parte della giornata. L’atrium era normalmente quadrato con un’ampia apertura sul soffitto spiovente verso l’interno detta compluvium: di qui scendeva l’acqua piovana, che veniva raccolta in una vasca rettangolare chiamata impluvium sistemata nello
spazio sottostante; quest’acqua era poi convogliata in una cisterna sotterranea, che forniva acqua a tutta la casa. Nell’atrio era sempre presente il lararium dove si tenevano le statue dei Lari, protettori della casa e della famiglia. Inizialmente, accanto ad essi, veniva alimentato un fuoco sacro, che non doveva mai spegnersi, pena l’ira degli dei.
Sull’atrio si affacciavano gli altri ambienti della casa: cubiculum: stanza da letto, molto piccola, in cui entrava solo il letto; triclinium: grande e sontuosa sala da pranzo, la piu’ ampia della casa, dove si tenevano i banchetti con gli ospiti di riguardo; i Romani mangiavano distesi su letti, detti “triclini”; tablinum: soggiorno o studio del padrone di casa; hortus: giardino della casa. Alcune case più grandi non avevano l’hortus, ma avevano il peristilium, che era un portico colonnato in cui passeggiare e che al centro prevedeva il giardino. Vediamo qui sotto un filmato esplicativo sulla domus, con alcuni esempi di domus famose:
Le terme
Uno degli edifici pubblici più importanti inventato dai Romani furono le terme. Poiché non esisteva nelle case un locale adibito a stanza da bagno, né nelle case cittadine (insulae) né in quelle più signorili (domus), tranne qualche rara eccezione (ad esempio villa San Marco e villa Arianna a Stabiae), i Romani pensarono bene di creare dei bagni pubblici, che, oltre a svolgere la funzione propria del lavarsi, servivano anche come luogo di incontro, di chiacchiere etc, un vero e proprio centro ricreativo insomma. Esistevano terme per uomini e terme per donne. Tutti andavano alle terme di solito al mattino, ma ci si poteva recare anche dopo le 14 e fino al tramonto. Il prezzo richiesto corrispondeva a un quadrante (circa 30 centesimi) e poi si pagavano a parte i servizi richiesti. Ognuno poteva fare come voleva, a seconda della proprie esigenze di salute, ma vi era un percorso da seguire, raccomandato dal medico Galeno, che era questo:
-esercizi ginnici in palestra per sudare;
-passaggio nello spogliatoio, detto apodyterium, prima di entrare nelle vasche;
– si faceva il bagno prima nella vasca dell’acqua calda, detta calidarium, che veniva riscaldata tramite un braciere di bronzo posto al di sotto della vasca stessa e alimentato dai servi;
– poi si passava nella vasca dell’acqua tiepida, detta tepidarium;
– poi nella vasca dell’acqua fredda, detta frigidarium.
Si potevano avere anche altri servizi a pagamento, quali i massaggi, la depilazione eccetera. Vi potevano essere poi anche altri ambienti, a seconda dell’importanza delle terme, quali la palestra, la biblioteca etc.; tra le terme più importanti ricordiamo le terme di Caracalla (212-217 d. C) e le terme di Diocleziano (302 d. C.), entrambe a Roma.
Colosseo
L’anfiteatro è un edificio di forma ellittica usato per spettacoli pubblici. L’anfiteatro Flavio è il più grande ed imponente anfiteatro del mondo Romano; è conosciuto con il nome di “Colosseo“, probabilmente perché nei pressi vi era una statua colossale di Nerone.
La sua costruzione fu iniziata fra il 70 e il 72 d. C., sotto l’imperatore Vespasiano della famiglia Flavia, e conclusa nell’80 sotto Tito, con ulteriori modifiche apportate da Domiziano; poteva contenere fino a 50000 spettatori seduti e 90000 in piedi. Il Colosseo veniva usato per gli spettacoli gladiatòri e altre manifestazioni pubbliche (spettacoli di caccia, rievocazioni di battaglie famose, e drammi basati sulla mitologia classica). Esprime con chiarezza le concezioni architettoniche e costruttive romane della prima Età imperiale, basate rispettivamente sulla linea curva e avvolgente offerta dalla pianta ellittica e sulla complessità dei sistemi costruttivi.
L’edificio è composto da quattro piani, con un’altezza di 48.50 metri ed un’estensione che copre un’area ellittica di circa 19000 mq, misura all’asse maggiore 188m e a quello minore 156m. Il primo piano è alto 10.50m con semicolonne in stile dorico; il secondo, più alto di circa due metri è formato da colonne ioniche; il terzo, alto 11.60m ha colonne corinzie mentre il quarto è in muratura con piccole finestre quadrate. A questo livello si trovano anche i fori necessari per sostenere le travi del velario che, in antichità, era utilizzato per proteggere gli spettatori dal sole battente.
Il Colosseo di Roma è formato da settori ai quali si poteva accedere grazie a scale e gallerie nelle quali, durante gli spettacoli, trovavano posto venditori di ceci, bevande e cuscini. Lungo gli spalti, fra i posti destinati ai senatori ed ai membri della corte, fu costruito per ordine di Augusto il palco dell’imperatore. Ad esso probabilmente era riservato l’accesso tramite il corridoio sotterraneo noto come passaggio del Commodo, per il fatto che, in un passo della “Storia Romana” di Dione Cassio, si narra come l’imperatore Commodo avesse subito un attentato proprio in quello che veniva definito “un andito oscuro” del Colosseo.
Sotto l’arena del Colosseo si estendevano numerosi corridoi ed ambienti destinati ad ospitare i gladiatori e le belve feroci che potevano essere portati al centro della scena da carrelli elevatori e rampe.
Non più in uso dopo il VI secolo, l’enorme struttura venne variamente riutilizzata nei secoli, anche come cava di materiale. Ben presto l’edificio divenne simbolo della città imperiale. Oggi è un simbolo della città e una delle sue maggiori attrazioni turistiche, essendo uno degli esempi meglio conservati dell’architettura romana. Si possono vedere anche due video informativi:
Pantheon
Il nome deriva da due parole greche: pan, “tutto” e theon “divino”. Il Pantheon infatti è un tempio dedicato a tutti gli dei. Tra i grandi monumenti dell’ antica Roma è quello giunto sino a noi nel miglior stato di conservazione. Questo è dovuto in parte alle perfette tecniche architettoniche utilizzate ed in parte al fatto che nel 608 d.c. venne donato dall’ imperatore Foca al Papa.
Il primo costruttore di questo edificio fu Marco Agrippa (27-25 a.C.), genero di Augusto, che si adoperò moltissimo nella ristrutturazione dell’ intera zona. Il suo scopo era quello di innalzare un tempio in onore di tutte le divinità, che nella città dovevano essere parecchie se si pensa che i romani di solito acquisivano tutti i culti delle civiltà con le quali venivano a contatto. L’edificio attuale è però opera di successive e imponenti ristrutturazioni: Domiziano nell’80 d.c, lo ricostruì dopo un incendio, trent’anni dopo colpito da un fulmine prese nuovamente fuoco. Fu allora ricostruito nella sua forma attuale dall’imperatore Adriano (117-139 d.C.), sotto il cui regno l’impero di Roma raggiunse il culmine del suo splendore, ed è probabile che la struttura attuale sia frutto proprio del suo genio eclettico dai gusti esotici. Infatti, il Pantheon unisce ad una struttura cilindrica, di chiaro stampo romano, lo splendido colonnato esterno d’ispirazione greca. Benché la nuova struttura risultasse molto diversa da quella originale l’imperatore Adriano volle che sulla facciata fosse apposta un’iscrizione latina che tradotta significa “Lo costruì Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta“.
Il Pantheon è formato essenzialmente da due nuclei principali, un’enorme sala rotonda coperta a cupola ed un atrio rettangolare in facciata che funge da ingresso provvisto di portico colonnato. E’ una soluzione molto originale che testimonia la preferenza dei romani per architetture curvilinee ed il distacco dalla canonica pianta rettangolare dei templi greci di cui si mantiene però la facciata con colonne. La cupola è la più larga mai adottata in muratura e raggiunge i 43.30 metri di diametro. Testimonia con la sua mole il grado di perfezione cui erano giunte le tecniche costruttive nel II secolo d.C., grazie soprattutto all’ uso del calcestruzzo e a complicati sistemi di archi di scarico che indirizzano il peso maggiore sulle parti più resistenti della struttura. Inoltre man mano che si sale verso l’alto la cupola è formata da materiali sempre più leggeri, uniti al calcestruzzo, per diminuire la pressione sul tamburo sottostante. All’ interno della sala lo spazio si presenta come una sfera perfetta, in quanto l’ altezza della cupola è identica al diametro e l’ insieme crea un perfetto equilibrio ed un’ armonia particolare tra tutte le parti della struttura. Il rivestimento interno della cupola era probabilmente costituito da bronzi dorati che splendevano quando vi batteva il sole. La parte più alta della cupola presenta infatti un’ apertura circolare larga quasi 9 metri (oculo), una particolarità che di solito si trova nelle terme ed applicata eccezionalmente anche in questo edificio. Il pavimento, in marmi policromi, è leggermente convesso per permettere di convogliare le acque ( in caso di pioggia) in appositi fori che fanno parte di un complicato sistema di fognature sotterranee. Le pareti erano intervallate da nicchie in cui dovevano essere collocate le statue delle maggiori divinità. All’ esterno, come la maggior parte dei monumenti romani, la struttura non si presentava in laterizio come oggi, ma era interamente rivestita in marmo. Nella facciata, sotto il portico, accanto all’ingresso, si aprivano due nicchie che contenevano le statue di Agrippa e di Augusto.
Attualmente all’interno del Pantheon si trovano le tombe di alcuni membri della famiglia di Savoia ed è qui sepolto per suo espresso desiderio anche Raffaello che amava particolarmente questo luogo. Il punto in cui sorge non è casuale ma è un luogo leggendario della storia della città. Secondo una leggenda romana, infatti, questo era il posto dove il fondatore di Roma, Romolo, alla sua morte fu afferrato da un’aquila e portato in cielo fra gli dei. Un breve video informativo di seguito:
